Ius soli. Chiese allineate a sinistra

di Mario Frascione

Gettandosi senza indugio nella mischia politica, le chiese cristiane italiane (cattoliche ed evangeliche) si sbracciano con energia e invocano a gran voce lo ius soli.
Quasi con lo stesso sincero zelo con cui secoli fa facevano confessione di peccato, invocando – anziché nuovi cittadini – la Grazia e la misericordia divina. Tutto questo, cosa che stupisce da parte di istituzioni dalla memoria secolare, senza considerare le imprevedibili e pericolose conseguenze politiche, sociali, migratorie, scatenate da un simile provvedimento. E fingendo anche di ignorare che la cittadinanza viene già data a chi nasce in questo paese, attraverso percorsi che garantiscono un minimo di (teorica) integrazione.
Ci sono diverse ragioni che spiegano tale allineamento a sinistra delle chiese cristiane italiane sui migranti.
L’interesse a riguadagnare una visibilità e un ruolo da tempo perduti nella società.
La perdita del senso del sacro unita a un processo di pervadente e corrosiva secolarizzazione, che le svuotano dall’interno di significato e le spingono a trasformarsi in agenzie umanitarie.

Infine la lunga parabola italiana del cattocomunismo e in misura minore del comuevangelismo, che oggi vivono un significativo ritorno di fiamma nell’establishment della chiesa cattolica e di quelle evangeliche. Entrambe felicemente ecumeniche nel mettere sull’altare l’immagine di un Cristo-Che Guevara terzomondista pro-immigrazione.

Se ciò meraviglia meno per la chiesa cattolica, strutturalmente modellata sui tratti del suo leader di turno (ora un gesuita latinoamericano), stupisce invece l’atteggiamento delle chiese evangeliche. Dove è finita quella quantità minima residuale di pensiero protestante, che sopravviveva come un sottile filo rosso dal XVI secolo a oggi,  sempre sotto traccia se si esclude la breve parentesi entusiastica, spontaneistica e persino caotica del XIX secolo? Le chiese evangeliche sembrerebbero aver perso la loro preziosa eredità critica, e il lievito della loro presenza pare annacquato e compromesso nel lungo flirt con il pensiero critico-marxista-antagonista. Accontentandosi di qualche lapide ricordo e dell’intitolazione di una biblioteca di periferia, si lasciano stringere nell’abbraccio mortale di chi ha bisogno presto e senza troppi indugi, hic et nunc per usare un linguaggio ecclesiastico, di nuovi cittadini italiani, sventolando con furia la bandiera del progresso umanitario. Leggasi: “di nuovi bacini elettorali”. Quasi che farli, i cittadini, fosse facile come dirlo viste le faticose, benché straordinarie, vicende di centocinquanta anni della nostra unità nazionale.

Tocca forse constatare amaramente che quello che non riuscirono a completare roghi e ammazzamenti, schiacciando col caterpillar dell’Inquisizione i germogli di una possibile riforma protestante italiana nel XVI secolo, lo hanno fatto con più discrezione i fumi dell’ideologia dal dopoguerra a oggi. Finalmente tra le chiese l’uniformità regna sovrana a sinistra, e la Conferenza Episcopale Italiana detta l’agenda.

Solidarietà, migranti, equivoci e dintorni.

di Mario Frascione

Il principio della solidarietà attiene profondamente alla nostra umanità. Non soltanto: esso è profondamente utile da un punto di vista razionale per il perseguimento di un bene comune, a cui ciascuno di noi attinge anche come prestatore di solidarietà.

Da lungo tempo tuttavia del principio della solidarietà si fa un uso che ne ha deformato il contenuto. Essa viene invocata a ogni pie’ sospinto da coloro che si rifanno a nobili ideali di umanitarismo, senza tener conto del fatto che il suo raggio di azione può essere necessariamente limitato. Poiché la solidarietà non è estensibile indefinitamente. Occorre fare molta attenzione a non darle i tratti dell’utopia, visto che ogni qualvolta all’utopia si tenta di dare forma concreta si creano disastri. In quanto tale infatti, l’utopia chiede di poter continuare a essere un non-luogo di contraddizione con la realtà, e resiste a ogni tentativo contrario. Nel corso degli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una progressiva estensione delle categorie di popolazioni che dovrebbero essere fatte oggetto della nostra solidarietà. Essa spesso coincide con il riconoscimento di un diritto accordato a beneficiare della nostra ospitalità. Si è cominciato dai perseguitati politici e religiosi, passando a chi è in fuga dalle guerre, estendendo la volontà di ospitare perfino i migranti economici e quelli “climatici”.

Naturalmente non si discute del fatto che la maggior parte di noi provi un moto di istintiva vicinanza e compassione per tutte le situazioni di disagio e sofferenza. Sarebbe anzi censurabile il contrario: chiusi nell’egoismo di un benessere relativo rispetto a tante situazioni di bisogno, saremmo semplicemente inconsapevoli della buona sorte che il destino ci ha riservato. Illusi che la nostra condizione di vantaggio sia unicamente frutto di una nostra superiorità. Altra cosa è coltivare irresponsabilmente la pericolosa fantasia di poter alleviare o risolvere indefinitamente le sofferenze altrui, persino di interi Paesi o continenti. Date a un idealista il compito di individuare un nobile fine, ma assicuratene il tentativo di una (parziale) realizzazione a un pragmatico di ferro. Da cui discende che si può fare qualcosa, spesso poco, certamente infinitamente meno di quanto vorremmo.

Come ogni nostra azione infatti, la solidarietà ha un campo di applicazione preciso, che non può mettere in discussione la sicurezza e il benessere di coloro che la esercitano (sacro principio che vale persino nei rapporti tra individui). Analogamente agli schemi di ogni intervento di soccorso, la vita di coloro che lo prestano non può e non deve essere messa in discussione o sacrificata nel tentativo di soccorrere dei terzi. A meno di non trasformare i soccorritori in nuovi soggetti bisognosi a loro volta di soccorso, con un esito fallimentare e catastrofico. Il resto appartiene molto spesso – benché non sempre – a una retorica dell’eroismo che maschera altre carenze, bisogni, obiettivi.

L’italia si trova, per una sua precisa posizione geo-politica, ad essere una porta del blocco europeo. Una porta molto importante, che affaccia sul Sud (Africa) e in direzione del Medio Oriente. Chiunque di noi constata fortissime pressioni interne all’Italia affinché si continui di fatto a tenere aperta tale porta, a discapito di qualsiasi senso della misura, della prudenza e della convenienza. La chiave con cui tale porta viene tenuta aperta è proprio quella della solidarietà. Per questa ragione il nostro Paese è stato ed è oggetto di un flusso migratorio con ogni evidenza insostenibile, e tuttavia indirettamente incoraggiato in due modi: in malafede, o in nome di un umanitarismo ambiguo e solidaristico. Entrambi hanno tuttavia un tratto comune: privatizzare una qualche forma di utile e interesse individuale, socializzando le perdite e presentando il conto al Paese nel suo complesso.

La malafede è quella di coloro che dal fenomeno migratorio hanno tratto e traggono profitti economici, o di altra natura, penalmente illeciti. L’umanitarismo ambiguo è invece una categoria più articolata. Ne fanno parte i soggetti e raggruppamenti economici che in modo più o meno palese traggono un consistente beneficio (seppur lecito) dalla gestione dei migranti, appuntandosi sul petto la coccarda dell’eroismo umanitario. Non sono gli unici. Altri soggetti ricevono dal fenomeno migratorio una crescita notevole della propria visibilità presso l’opinione pubblica. E’ il caso delle Ong, che con un radicale cambiamento di strategia operativa, anziché limitarsi a continuare a operare nei paesi con situazioni di crisi (compresa l’Italia!), si sono impegnate in un ruolo mai avuto prima e poco coerente con la propria missione istituzionale, diventando anche operatori di soccorso marittimo. L’esito, benché involontario e al netto di qualsiasi risultato delle inchieste in corso, è quello di incrementare i flussi e rendere sempre più potenti gli interessi criminali (e non) che li gestiscono.

Apriamo in proposito una breve parentesi, suggerendo al legislatore che la consuetudine di posizionarsi al largo delle coste africane in attesa di effettuare recuperi, non può più ragionevolmente configurarsi nella forma giuridica del “salvataggio”, avendo per effetto indiretto un evidente incoraggiamento delle attività criminali dei trafficanti di uomini e rispondendo a una modalità che non prevede una pratica del mare ragionevole, ma che deliberatamente e volutamente crea le condizioni di un intervento di soccorso.

Discorso diverso si dovrebbe fare per la solidarietà invocata ed esercitata dalle chiese cristiane. Queste ultime, oltre a ribadire la propria affermazione istituzionale e visibilità, vivono una metamorfosi che le appiattisce sulla dimensione umanitaria. La causa è una pesante crisi involutiva al proprio interno, che vede una progressiva secolarizzazione con sbiadimento della dimensione del sacro. A ciò si accompagna una parallela emorragia di fedeli, che pare ormai irreversibile. In una parola, cercano la loro ragion d’essere nell’umanitarismo, aggrappandosi esse stesse alla ciambella salvagente che gettano ai migranti.

La disamina potrebbe essere naturalmente molto più lunga e toccare tutti gli aspetti che sono oggi oggetto dei temi sottesi ai flussi migratori subiti dal nostro Paese in connessione al maltrattato concetto di solidarietà. Si è qui unicamente tentato di dare conforto a chi, ogni volta che viene zittito come mostro in nome dei principi della solidarietà e dell’umanitarismo, dubita della ragionevolezza delle proprie riserve. Darsi dei limiti rigorosi non significa gettare a mare la solidarietà che ci rende umani. Facciamo senz’altro bene a portare la spesa al vicino di casa anziano, o a dedicare il tempo libero a un bambino in ospedale. Due esempi tra mille possibili di come condividere con il prossimo ciò che ci appartiene in tempo e sapere. Non bisogna essere pavidi invece nel chiedere che vengano infine posti dei limiti invalicabili alle ragioni dell’accoglienza da altre parti del mondo.

Tramontata definitivamente la funesta chimera di una società multietnica, partorita e lungamente alimentata da incauti apprendisti stregoni, occorrerà cominciare a pensare invece a quante delle persone che sono già in Italia possiamo realmente integrare. Per chi non rientra in questo calcolo realistico occorre provvedere a massicce operazioni di rimpatrio immediato, o quanto meno di re-invio ai lidi che hanno condotto ai confini italiani. Sono tutti coloro che non siamo in grado di aiutare e che non ci permettono di aiutare adeguatamente chi potremmo, chi probabilmente lo merita e può contribuire a rendere il nostro Paese migliore. La storia, il mondo e la vita reali, richiedono spesso l’assunzione di responsabilità anche drammatiche, a cui forse cinquant’anni di pace (peraltro benedetta e meravigliosa) ci hanno disabituato. Il resto appartiene al mondo delle favole. E a quello di furbi.

Prosti-tax. Quanto dobbiamo aspettare?

Al consueto grido “ce lo chiede l’Europa!”, dietro il quale si nascondono spesso viltà e inettitudini nazionalissime, si apprestano a reintrodurre la tassazione sulla prima casa, sudata da noi e dalle generazioni che ce l’hanno lasciata. Non si capisce invece per quale ragione in Italia la prostituzione, che muove uno spaventoso giro di denaro, debba continuare a essere esentasse, priva di qualsiasi controllo sociale e sanitario, lasciata in parte consistente nelle mani di organizzazioni criminali italiane e non, di ogni etnia e colore. Perfino la cattolicissima Spagna e la Svizzera calvinista l’hanno regolata e tassata, con beneficio di tutti. In Italia quanto ancora dovremo attendere? Un minimo di realismo potrebbe permetterci almeno di galleggiare. (M.F.)

Muri. Brutti, sporchi e cattivi?

 

di Mario Frascione

I muri hanno assunto recentemente una cattiva fama. Troverete pochi disposti a difenderli. Li hanno caricati di ogni accezione negativa: separazione, limitazione della libertà, esclusione. Li hanno spogliati del loro splendore: forza, protezione, sicurezza, florida ricchezza.
Un riferimento per ricordare a tutti che cos’erano i muri nella nostra mente? Quando Gerusalemme e le sue mura erano sinonimi, simbolo di nostalgia per la patria perduta in tutta la cultura occidentale. Quella ebraico-cristiana innestata sulla radice greco-romana.
Occorre ricordare che la personificazione dell’Italia è una giovane donna cinta da una corona fatta di mura? Di mura e non di ponti, appunto.
Si è fatto di peggio. Non solo li si è caricati (poveri muri) di tutte le accezioni negative, ma si è cercato il colpo di grazia sentenziando sulla loro presunta inutilità e negando l’evidenza dei dati storici.
Le città-stato dell’antichità sono città murate, e anche poderosamente. I Romani costruirono ovunque muri, o analoghi sistemi difensivi che ne facevano la funzione, per siglare le conquiste e per mantenerle. Così avvenne anche per arginare le invasioni barbariche (ma già qualche zelante, ignaro della tragica ironia, chiede di chiamarle Grandi Migrazioni).
Quelle mura furono una diga provvidenziale, benché non impermeabile: in Occidente attenuarono e diluirono nel tempo l’onda d’urto che in loro assenza avrebbe cancellato la civiltà greco-romana; in Oriente ne consentirono la sopravvivenza per lunghi secoli ancora.
Sono state il fondamento sociale e simbolico della città e dello stato dal medioevo fino al Settecento. Per tutto il XIX secolo hanno garantito ancora la difesa territoriale, continuando a essere impiegate anche nel secondo conflitto mondiale.
I muri svolgono una funzione elementare e vitale al tempo stesso: separare un sé da ciò che sta fuori (meccanismo basico dell’identità), consentendo scambi regolati e volontari tra queste due entità. Occorre forse ricordare l’importanza che nel processo di crescita psichica individuale ha l’istituzione della separazione tra sé e mondo circostante?
Allora ci toccherà riscoprire, forse rompendo la dura crosta del pregiudizio dominante, che i muri sono una scelta di libertà. Essi non sono necessariamente impermeabili, ma garantiscono sempre la possibilità di aprire (e chiudere) quante porte vogliamo, permettendo che gli scambi avvengano nel modo più consono e adeguato a chi beneficia della loro protezione.
Con buona pace di chi li denigra, l’uomo ha sempre costruito muri: per delimitare e difendere la propria casa, la propria città, il territorio del proprio stato. Nella loro edificazione si è usato l’ingegno che coniugava l’efficienza con la bellezza, adeguandosi progressivamente all’avanzamento della tecnologia militare.
I muri sono una garanzia di libertà, benché per una sorta di diktat culturale che abbiamo ben introiettato, essi gettino il cono d’ombra dell’inquietudine piuttosto che il raggio solare della forza e della sicurezza.
E proprio oggi che grazie alla tecnologia essi possono essere eretti anche con blocchi navali, terrestri e aerospaziali, da attuare con un’ampiezza di mezzi a disposizione impensabile fino a pochi anni fa, si deve tuttavia constatare una parallela drastica riduzione della nostra capacità critica.
I muri, anziché risorsa difensiva ed esercizio della libertà umana, vengono bollati col segno dell’infamia. Nella vulgata comune abbiamo permesso che a essi venisse preferita la passiva privazione di qualsivoglia difesa, una permeabilità arrendevole, sventolando energicamente le bandiere del progresso e dell’umanitarismo sulle nostre teste.
Nella speranza che un tale incomprensibile e zelante entusiasmo non ne provochi la caduta.

Anomali salvataggi, credito illimitato

Figure anche di primo piano del panorama politico e istituzionale italiano hanno manifestato un tempestivo e incondizionato appoggio alle ONG che operano salvataggi in mare, trasportando ingenti quantità di popolazioni non europee in Italia. Ciò avviene sempre più spesso in prossimità delle coste africane, e tra le ONG alcune sono sospettate di operare con modalità opache se non addirittura in contrasto con l’interesse e la sicurezza dei Paesi europei, tanto da essere oggetto di inchieste della magistratura. Il fatto che tali indagini possano venire depotenziate da una preventiva e illimitata dichiarazione di credito a favore di organizzazioni che operano al di fuori del controllo dei governi degli stati nazionali e dell’Unione Europea, lascia in uno stato di assoluta perplessità e sgomento. Suscita preoccupanti interrogativi privi di risposte. M.F.

La difesa del Paese. Leva, riserva, democrazia

di Mario Frascione

Da qualche tempo in Italia, e in diversi altri Paesi dell’Unione Europea, si è avviato un dibattito sulla necessità di reintrodurre il servizio militare obbligatorio. Non siamo dunque i soli a porci la domanda. Per anni era stato attivo fondandosi sul principio ideale di una partecipazione popolare alla difesa nazionale.

Qualora esso venisse ripristinato, un elemento di novità potrebbe essere costituito dall’introduzione dell’istituto della riserva, ovvero del rientro periodico o straordinario nelle forze armate di coloro che hanno terminato il primo periodo obbligatorio.

Il maturare di nuove esigenze del tutto impreviste fino a non molti anni fa lascia intravedere un rinnovato interesse per la discussione sul tema delle forze armate, anche in merito al loro utilizzo.

La rapida evoluzione degli scenari geopolitici e, con velocità forse ancora superiore, degli scenari sociali interni al Paese, pone infatti la questione dell’opportunità dell’impiego delle forze armate per la sicurezza interna, benché solo in funzione ausiliaria alle forze dell’ordine. Il contesto culturale e socio-economico italiano, non diversamente da altri Paesi europei, registra trasformazioni tumultuose. Emergono tratti comuni tra i singoli Paesi membri UE: a un incremento del rischio terrorismo corrispondono minori possibilità di controllo del territorio da parte dello Stato centrale che si trova a fronteggiare rivolte urbane (Francia: riforme del lavoro, banlieue), estesa microcriminalità (Italia: insicurezza delle reti pubbliche di trasporto, microcriminalità pervasiva), masse di migranti fuori controllo (lavoratori in nero di Rosarno o migranti di Calais e Idomeni), ecc…

Tali problemi deflagrano in un contesto precario di crisi economica e limitatezza di risorse degli stati centrali, che avevano già originariamente strutturato verso il ridimensionamento la spesa per le forze dell’ordine (in funzione di una situazione precedente).

Non ci si può tuttavia nascondere che esiste in Italia un fronte di opinione piuttosto articolato che vedrebbe con imbarazzo il ritorno del servizio militare obbligatorio, l’introduzione del servizio di riserva nazionale, il contributo attivo delle forze armate a supporto dei servizi istituzionali svolti attualmente dalle forze dell’ordine.

Probabilmente persistono strutture culturali e ideologiche che inibiscono completamente un’attitudine pragmatica. Sono resistenze e imbarazzi che derivano dal retaggio di certe aree del pensiero della sinistra e di settori del mondo cattolico (che non a caso avevano svolto un ruolo fortemente sinergico spingendo verso il servizio civile), allineati su posizioni antimilitariste e di pacifismo a oltranza.

Stante questa situazione, il tema dell’uso della forza diventa inevitabilmente monopolio delle destre, su cui parimenti gravano impostazioni che fanno riferimento a un universo valoriale fortemente ideologizzato. Anch’esso impedisce di vederne i possibili eccessi, o non è consapevole dei rischi relativi alla possibile violazione dei principi fondamentali dello stato democratico e delle libertà individuali.

Nel dibattito comune sembrano comunque prevalere considerazioni di fondo secondo cui l’uso della forza (anche quella difensiva e per garantire la sicurezza) viene fatto coincidere concettualmente con l’esercizio della violenza. Una confusione dalle fatali conseguenze.

Sarebbe estremamente importante cercare di comprendere come si possa essere pervenuti a una simile confusione, sebbene tale ricerca si preannunci tutt’altro che semplice.

Potrebbe essersi verificato un processo di deriva nella vulgata comune del concetto ideale della “non-violenza”. Analogamente a quanto avvenuto per altri nobili ideali che appartengono profondamente alla cultura europea – come quelli di solidarietà e tolleranza – parrebbe che anche in questo caso un abuso di accentuazione retorica abbia gradualmente indotto nella grande comunicazione e nel pensare comune uno snaturamento sostanziale dei concetti.

Tornando all’ipotesi di reintroduzione della leva obbligatoria, dell’istituto della riserva e dell’impiego delle forze armate a supporto delle forze dell’ordine, il nostro Paese si trova comunque ancora davanti a interrogativi e nodi irrisolti. Non ultimo l’accesso molto recente e quindi ancora minoritario delle donne nelle forze armate.

Ci si può chiedere inoltre se il settore della protezione civile, fortemente cresciuto nell’ultimo decennio, potrebbe essere fruttuosamente inglobato nell’istituto della riserva nazionale, trovando in esso il suo spazio ottimale.

E ancora: come leva, riserva, supporto alle forze dell’ordine possono contribuire a irrobustire la salute della democrazia e il senso civico del Paese, fugando le preoccupazioni prudenziali e sempre opportune di chi teme derive autoritarie?

Resta infatti pienamente condivisibile la preoccupazione e la necessità di garantire la struttura pienamente democratica di tali possibili cambiamenti.

In tal senso occorrerà guardare a quelle realtà come Stati Uniti, Regno Unito, Finlandia, Svizzera e Israele, che sembrano aver saputo coniugare l’impegno per una difesa (civile e militare) attiva e partecipe del territorio da parte dei cittadini, con una robusta salute delle istituzioni democratiche.

Israele, proprio per le peculiari condizioni che ne costituiscono da decenni il contesto di vita quotidiana, gode della condizione di Paese a cui il mondo intero guarda con ammirazione per la gestione della sicurezza. Al contempo, paradossalmente, viene spesso fatto oggetto di critiche, censure e risentimento quando agisce per garantirsi tale sicurezza al suo interno e nella insidiosa geopolitica mediorientale.

Senza dubbio è un Paese che esercita senza tentennamenti la forza, ma continua ad avere un regime democratico.
Ha delle efficienti forze armate e un consolidato sistema di riserva nazionale, attraverso il quale comuni cittadini svolgono periodicamente servizio attivo militare e civile.
Della gestione della materia in Israele parliamo con Michael Begnini, coordinatore di Sar-el Italia (sarelitaly@gmail.com), organizzazione che gestisce periodi di volontariato civile in Israele e offre l’opportunità di approfondire la conoscenza del Paese. E’ un’occasione che ci permette di conoscere un poco di più di come in Israele vengono affrontate queste tematiche.

Domanda: In Italia il servizio militare obbligatorio è stato considerato in modi diversi: contributo a un’effettiva unità nazionale, formazione di una forza militare da usare in caso di invasione da Est/conflitto, periodo di formazione morale-educativa dei giovani, oppure secondo altri totale perdita di tempo, inutile parentesi di autoritarismo subìto, ecc…

Begnini:  «In Israele il servizio militare era ed in grossa parte è ancor oggi, un melting pot nel quale viene formato il giovane israeliano. Come la società è cambiata, così anche è cambiato l’esercito, il quale era in passato un punto di intersezione di sefarditi ed ashkenaziti, ricchi e poveri, gente di città e kibbutznikim, agricoltori e figli di liberi professionisti. Insomma l’esercito era, e ripeto è in grossa parte a tutt’oggi, un periodo di tre anni (due per le ragazze) nel quale il cittadino impara la disciplina, l’importanza dell’assistenza ai compagni, e contribuisce alla sicurezza del Paese. Il servizio militare viene poi incluso nel curriculum vitae ed è di fondamentale importanza per chi vuol accedere a determinati contesti lavorativi».

Forse in Italia la discussione sul ripristino del servizio militare non sarebbe sul merito, ma slitterebbe su polarizzazioni ideologiche. È noto che la sinistra ha di fatto abbandonato alla destra una intera area di valori e semantica, sposando invece quella del pacifismo di derivazione cattolica.

«In Israele sia sinistra che destra sono adamantine sull’importanza dell’esercito e nessun partito politico, al di fuori forse dei partiti arabi, è disposto a tollerare attacchi a un esercito che è la ragione d’esistenza dello Stato d’Israele».

Sono considerazioni che ci conducono a un nervo scoperto: sembrerebbe infatti che in Europa l’uso della forza (anche quella difensiva e per garantire la sicurezza) sia fatto coincidere tout-court  con l’esercizio della violenza. Una confusione concettuale pervasiva e con enormi conseguenze. Ciò deriva dalle diversità geopolitiche tra Europa e Israele/Medio Oriente?

«L’esercito non è solo violenza ma è anche violenza. In Europa sembra si siano dimenticati dei secoli di violenza e di spargimenti di sangue, culminati con la Seconda Guerra Mondiale e la Shoah. Un esercito forte e ben addestrato, come ha la Svizzera, è uno strumento necessario per una democrazia sana e vigorosa».

Ci può illustrare sinteticamente come leva e riserva sono organizzate in Israele?

«Il servizio di leva è di circa tre anni per i ragazzi, e di due per le ragazze. La durata dipende dal tipo di servizio e dalla motivazione del soldato o della soldatessa. Ci sono corsi nella marina militare che durano 6 anni, durante i quali il soldato fa un corso di comando per una nave da guerra, completa un B.A. (laurea breve) in Scienze Politiche, e prende servizio attivo; ci sono corsi come le unità di spicco (vedi quella che ha operato ad Entebbe) nelle quali il soldato è obbligato a mantenere la segretezza assoluta su quel che fa; ci sono oggi corsi cyber; ci sono corsi per l’auto trasporto, mezzi pesanti, carri armati, ecc… Il servizio di base può essere allungato, a discrezione degli ufficiali di ruolo, allorché al soldato viene proposto di divenire ufficiale; a tutt’oggi la cosa è vista come un onore e un sacrificio, visto che si aggiungono altri 18 mesi di servizio attivo, se non di più. Il servizio di riserva diviene obbligatorio dopo un anno dal congedo, e dura fino ai 40 anni per le unità combattenti, e prima per reparti non combattenti. Dopo i 40 anni si può andare volontari al servizio di riserva».

Qual è il senso attuale di servizio militare e riserva dato un contesto militare tecnologico e professionale?

«In Israele si usano le risorse giovanili non appena finiscono la scuola; coloro che sono particolarmente adatti dal punto di vista intellettuale vengono presi per un servizio di tipo tecnologico/informatico. I meno dotati dal punto di vista intellettuale vanno ai reparti combattenti. L’esercito israeliano poggia sull’esperienza dei suoi soldati – una solida formazione professionale dei giovani permette un servizio utile – dopo di che l’esperienza lavorativa permette ai soldati di affrontare la leva con coscienza di causa, contribuendo al servizio con la propria professionalità».

Qual è in Israele il peculiare rapporto tra chi comanda le forze armate (esercito) e chi deve garantire la sicurezza interna (ministero dell’interno)?

«In Israele c’è un ministro degli Interni che NON si occupa di materie militari. Coloro i quali sono assegnati a questo compito sono il ministro per la Sicurezza Interna ed il ministro della Difesa. Per decenni il ministro della Difesa è stato un ex-generale / capo di stato maggiore: dopo una cadenza di due o quattro anni, il capo di stato maggiore lascia l’esercito, e solitamente entra in politica. Ci sono quelli che vanno nei partiti di destra e quelli che si uniscono alla sinistra. Il ministro della Difesa, essendo un ex-soldato, conosce perfettamente il funzionamento dell’esercito, ma è sempre legato dai vincoli della democrazia, da una gerarchia chiara, e così anche il capo di stato maggiore, il quale si incontra una volta a settimana col ministro e dà consigli e porta aggiornamenti dalle forze in campo».

Quello dell’impiego delle forze armate per la sicurezza interna è un terreno molto sensibile, che secondo molti può condurre al golpe dei militari o a un regime fortemente autoritario. Israele come garantisce la buona salute della democrazia?

«L’esercito israeliano è un esercito popolare, è un ramo della società. Qui il concetto di golpe non è visto come una possibilità reale. La sicurezza interna, oltre tutto, viene assegnata alla polizia ed alla polizia di confine. L’esercito si occupa dei confini e della difesa del Paese dalle minacce esterne. Così è anche per i servizi segreti: il Mossad opera all’estero, lo Shin Bet (o ShaBaK) opera all’interno, nei territori occupati».

Dovremo scegliere tra sicurezza e libertà?

«La libertà poggia sulla propria sicurezza. E’ tassativo che l’Europa abbia un controllo pieno e indiscusso del proprio territorio. La popolazione deve inoltre cambiare atteggiamento, e prender parte nel mantenimento dell’ordine: milizia civile, ronde civili, ecc… così come ci sono in Israele».

In Israele come è stata affrontata la convivenza di uomini e donne nei reparti?

«La convivenza è riflesso della società. Quando il rapporto fra uomo e donna era più patriarcale, la donna era considerata più come partecipante passiva. Oggi la donna non tollera più di esser trattata come oggetto e membro passivo, e le dinamiche stanno cambiando, lentamente. Lo stesso dicasi riguardo alla polizia».

Ritiene che il ruolo della donna nella storia della cultura ebraica renda più naturale il suo vestire la divisa accanto all’uomo rispetto ad altre culture?

«Non esiste nessun legame fra le due cose. La domanda manca di basi storiche… ».

Ci spieghi meglio in che cosa consiste l’istituto dei riservisti. Oltre all’impiego militare svolgono anche funzione di protezione civile?

«I reparti civili vengono impiegati solamente come parte integrante della difesa dei confini. In tempo di guerra o di qualsiasi altro tipo di emergenza nazionale, possono anche essere usati per la protezione della popolazione civile, come è successo un anno fa all’inizio dell’ondata di accoltellamenti, quando l’esercito ha arruolato decine di migliaia di poliziotti di confine, dando la possibilità alla polizia di coprire in modo capillare l’area di Gerusalemme e Tel Aviv».

L’Italia è periodicamente colpita da disastri a causa della non adeguatezza costruttiva rispetto alla sismicità del territorio, degli abusi e del dissesto idrogeologico. La riserva potrebbe portare un contributo? Ci sono analogie possibili con l’esperienza di Sar-el?

«Non c’è nessuna relazione fra le riserve ed i servizi/unità di assistenza in caso di terremoto».

Ci parli infine del suo ruolo di coordinatore italiano e dell’esperienza di Sar-el…

«Sar-el offre la possibilità di fare volontariato civile in Israele; il sito di Sar-el però è disponibile solo in lingua inglese e ci siamo accorti che molte persone si sentono scoraggiate e non sanno come fare per muovere i primi passi. Pertanto, avendo partecipato diverse volte ai programmi  Sar-el, dopo qualche anno ho deciso di estendere la mia attività di volontariato anche a quei  periodi dell’anno in cui sono in Italia, facendo da tramite fra gli interessati in Italia e l’organizzazione in Israele».