Dimensione glocal. Contributi, n. 3

 

La rinuncia all’educazione genera mostri.

http://www.lastampa.it/2018/02/15/cultura/opinioni/editoriali/leducazione-scompare-dallorizzonte-J8FNUstrrSn3YE5XUnl2WP/pagina.html

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Una società in stato confusionale

che di fatto rinuncia all’uso legittimo della forza (respingimenti, detenzione, contrasto all’illegalità), lascia che diventi protagonista la violenza più cieca e orribile. (MF)

Media/tv: grazie ad Alberto, ma manca una Oriana

Ad Alberto Angela, recente trionfatore dell’audience tv nazionale, il merito di aver cercato di resuscitare negli Italiani la consapevolezza del valore della propria terra, della propria identità, e conseguentemente delle proprie potenzialità.

In tal modo si aprono due buone possibilità: la prima è che noi ci diamo finalmente da fare a valorizzare con intelligenza un patrimonio sottoimpiegato che può creare autentica ricchezza, la seconda che si sottragga al monopolio esclusivo dell’estrema destra il valore dell’identità nazionale.

Va notato però che a consegnare l’idea di Patria e di identità nazionale all’estrema destra è stata proprio la sinistra, per anni vittima del suo iniziale imprinting “internazionalista”, che voleva far passare la strada della redenzione dei popoli dalla cancellazione degli stati nazionali (e di ciò che li ha espressi, ovvero la loro storia-identità), a suo parere rei di ogni misfatto.

Purtroppo a rendere soltanto parziale la nostra soddisfazione per quanto accade sui mezzi di comunicazione nostrani, sentiamo invece tutto il peso della mancanza di Oriana Fallaci. Ci manca il suo coraggio, la chiarezza del suo intelletto, la lucidità e l’onestà del suo pensiero. Possiamo solo registrare il clamoroso tradimento che il femminismo italiano e le sue più rumorose esponenti hanno perpetrato ai danni delle donne iraniane. Come noto, durante un tentativo di sollevazione frettolosamente rimosso dalla ribalta della nostra attenzione, le donne di quel Paese hanno cercato di disfarsi di quel velo che nega loro la libertà e pari diritti con gli uomini.

Oriana non avrebbe avuto pietà della silente pochezza del nostro femminismo e la frusta delle sue parole avrebbe forse scosso qualche coscienza ottusa e narcotizzata dai miasmi del conformismo. (MF)

Bizet epurato

A Firenze è andata in scena una versione della Carmen in cui la protagonista non muore, in nome del politicamente corretto e del pensiero main-stream omologato. Una marea che sembra salire inarrestabile. Presto si prevedono versioni ripulite dei classici della letteratura e perfino della mitologia classica, fino alla vitoria finale: fare delle menti una tabula rasa. (MF)

 

Me too. Un caso di strabismo femminista?

Non accennano a spegnersi i fuochi del “me too”. La denuncia tardiva da parte di donne che sostengono di aver subito violenza da uomini spesso in posizione di potere.

Inutile ribadire che qualsiasi violenza è ingiustificabile, tanto più in una sfera così profondamente intima della persona quale quella sessuale.
Detto questo, come negare che la dimensione “social” ha vanificato irrimediabilmente il tutto, gettando più di un dubbio su denunce tardive, specialmente quando ai tempi le presunte violenze sono coincise con vantaggi di diversa natura?
Anche la confusione tra violenza e avances è un’occasione tristemente perduta dal mondo femminista, che senza far chiarezza tra la concessione delle proprie grazie in cambio di qualcosa e la violenza vera, fa un torto gravissimo a tutte le donne che nel mondo di violenza vera sono tristemente oggetto. E non solo nelle dorate suite dei grandi alberghi.
E della violenza omosessuale che dire? Quella di uomini su uomini e donne su donne? Il fenomeno è stato sfiorato per un noto attore ma rapidamente derubricato a errore di gioventù, con tante scuse.
A completare il quadro mancherebbero ancora le denunce di uomini verso donne. Benché qualcosa cominci a sbocciare, in questa strana serra dove i fiori delle boutade convivono con le spine dei torti subiti,  attendiamo il “me too” di aitanti giovinotti desiderosi di una scrittura o di superare un casting, molestati da selezionatrici mature in posizione dominante.
Avanti così…
(M.F.)

Respingimenti ineseguiti. Ius soli arma di distrazione

di Mario Frascione

Ciclicamente si dibatte sull’eventualità di introdurre lo ius soli in Italia, benché esistano già percorsi graduali per gli immigrati che vogliano acquisire la cittadinanza italiana. Non brevi, anche tenendo conto di quanto sia complesso costruire una effettiva integrazione. Lo ius soli sarebbe invece un provvedimento avventato e destabilizzante, sia economicamente sia socialmente, in grado di calamitare gestanti da ogni parte del terzo mondo.

I suoi alfieri sono sostanzialmente coloro che ingenuamente si rifanno a una impostazione genericamente “umanitaria” e idealista, e coloro che con cinico calcolo politico puntano a nuovi serbatoi elettorali; quasi increduli per l’inatteso regalo della Storia, che procurerebbe un proletariato d’importazione pronto all’uso, su cui erigere un nuovo potere.

È comprensibile che, essendo l’introduzione dello ius soli un rischio reale, la discussione tenda a catalizzarsi su questo punto, distogliendo così l’attenzione di tutti (pubblica opinione, forze politiche, apparati dello Stato), dall’evidenza che richiede invece un intervento tempestivo: le decine di migliaia di rimpatri che, non eseguiti all’atto stesso dello sbarco sulle coste italiane, non possono più essere rinviati.

È noto che la maggioranza dei migranti, spinti dalla volontà di migliorare le proprie condizioni economiche, non ha titolo per beneficiare dell’accoglienza. La cruda realtà, per quanto possa sembrare agghiacciante, è tuttavia che i migranti muovono impressionanti interessi politici ed economici (a scapito dei cittadini italiani che ne subiscono oneri e problematiche). L’enorme indotto dell’accoglienza è un fiume di denaro e di potere. Chiese cristiane, settori della politica e dell’economia (in particolare il mondo della cooperazione e il cosiddetto “terzo settore”), anche quando non apertamente inquinati dalla malavita come accaduto in casi eclatanti, realizzano comunque sui migranti interessi considerevoli. A ciò va aggiunto lo sfruttamento da parte di organizzazioni criminali per tutto il ciclo della migrazione: viaggio, traghettamento, soggiorno in Italia con lavoro illegale o criminale.

A fronte di ciò, una nuda veritas che risulta indigesta a molti: soltanto rimpatriando la grande maggioranza dei non aventi diritto si potranno liberare le risorse necessarie per garantire una vera, doverosa e dignitosa integrazione alla minoranza di veri rifugiati. Almeno nella misura in cui sarà possibile, poiché la caratteristica delle risorse è di essere limitate; cosa che sembra dimenticare chi sbandiera i “corridoi umanitari” come rimedio a tutti i mali.

I rimpatri improcrastinabili vanno dunque immediatamente incominciati in modo massiccio presso i Paesi di origine e, qualora ciò non sia possibile, in apposite strutture sulle coste di partenza da cui si potrà meglio agevolare il rimpatrio. Queste dovranno essere gestite con determinazione e decoro dall’Onu (che non si è impegnata adeguatamente per impedire la degenerazione del problema), e da quelle stesse Ong che hanno effettuato per anni operazioni di prelevamento in mare, anche a poche miglia dalle coste africane.

Sul piano internazionale invece sarà forse improbabile riuscire a evitare il ricorso alla forza, anche se ciò può turbare le anime belle e i pacifisti a oltranza delle diverse estrazioni. Una politica condiscendente che continuasse ad affidarsi al denaro e alle forniture militari ai paesi del nord Africa porterà unicamente a una escalation di ricatti nei confronti dell’Italia e dell’Europa.

Soprassedere ulteriormente sugli ingenti respingimenti da effettuare, cedendo al sentimentalismo umanitario, consegnerà il nostro Paese al caos, e a un terribile conflitto con i settori più esposti della popolazione italiana. Le avvisaglie di ciò si stanno moltiplicando e, qualora trascurate, faranno divampare l’incendio del vero razzismo, innescando derive socio-politiche non controllabili e pericolose per la salute sempre cagionevole della nostra giovane democrazia.

Infine dovranno cessare l’indifferenza e le ambiguità dell’Europa, che deve essere chiamata in causa anche sulle operazioni di rimpatrio. Se l’Unione Europea non comprende (o trova comodo fingere di non capire), che l’Italia è la propria vulnerabile frontiera, darà un altro grosso contributo alla propria fine prematura.

Ius soli. Chiese allineate a sinistra

di Mario Frascione

Gettandosi senza indugio nella mischia politica, le chiese cristiane italiane (cattoliche ed evangeliche) si sbracciano con energia e invocano a gran voce lo ius soli.
Quasi con lo stesso sincero zelo con cui secoli fa facevano confessione di peccato, invocando – anziché nuovi cittadini – la Grazia e la misericordia divina. Tutto questo, cosa che stupisce da parte di istituzioni dalla memoria secolare, senza considerare le imprevedibili e pericolose conseguenze politiche, sociali, migratorie, scatenate da un simile provvedimento. E fingendo anche di ignorare che la cittadinanza viene già data a chi nasce in questo paese, attraverso percorsi che garantiscono un minimo di (teorica) integrazione.
Ci sono diverse ragioni che spiegano tale allineamento a sinistra delle chiese cristiane italiane sui migranti.
L’interesse a riguadagnare una visibilità e un ruolo da tempo perduti nella società.
La perdita del senso del sacro unita a un processo di pervadente e corrosiva secolarizzazione, che le svuotano dall’interno di significato e le spingono a trasformarsi in agenzie umanitarie.

Infine la lunga parabola italiana del cattocomunismo e in misura minore del comuevangelismo, che oggi vivono un significativo ritorno di fiamma nell’establishment della chiesa cattolica e di quelle evangeliche. Entrambe felicemente ecumeniche nel mettere sull’altare l’immagine di un Cristo-Che Guevara terzomondista pro-immigrazione.

Se ciò meraviglia meno per la chiesa cattolica, strutturalmente modellata sui tratti del suo leader di turno (ora un gesuita latinoamericano), stupisce invece l’atteggiamento delle chiese evangeliche. Dove è finita quella quantità minima residuale di pensiero protestante, che sopravviveva come un sottile filo rosso dal XVI secolo a oggi,  sempre sotto traccia se si esclude la breve parentesi entusiastica, spontaneistica e persino caotica del XIX secolo? Le chiese evangeliche sembrerebbero aver perso la loro preziosa eredità critica, e il lievito della loro presenza pare annacquato e compromesso nel lungo flirt con il pensiero critico-marxista-antagonista. Accontentandosi di qualche lapide ricordo e dell’intitolazione di una biblioteca di periferia, si lasciano stringere nell’abbraccio mortale di chi ha bisogno presto e senza troppi indugi, hic et nunc per usare un linguaggio ecclesiastico, di nuovi cittadini italiani, sventolando con furia la bandiera del progresso umanitario. Leggasi: “di nuovi bacini elettorali”. Quasi che farli, i cittadini, fosse facile come dirlo viste le faticose, benché straordinarie, vicende di centocinquanta anni della nostra unità nazionale.

Tocca forse constatare amaramente che quello che non riuscirono a completare roghi e ammazzamenti, schiacciando col caterpillar dell’Inquisizione i germogli di una possibile riforma protestante italiana nel XVI secolo, lo hanno fatto con più discrezione i fumi dell’ideologia dal dopoguerra a oggi. Finalmente tra le chiese l’uniformità regna sovrana a sinistra, e la Conferenza Episcopale Italiana detta l’agenda.