Le lenti opache

 

di Mario Frascione

Le lenti opache dell’ideologia negano l’evidenza e permettono di ignorare le più stridenti contraddizioni. Alla vigilia di una possibile proroga dello stato di emergenza Covid in Italia, continuano a sbarcare del tutto irregolarmente sulle coste della penisola centinaia di persone, ingrassando le casse strapiene dei trafficanti e anche con il ruolo attivo di Ong che agiscono apertamente contro la sicurezza e gli interessi nazionali. Delle condizioni sanitarie di tutti costoro nulla si conosce.

Black Lives Matter sembra troppo impegnata ad abbattere statue e cambiare nomi alle strade per spendere una sola parola contro l’immonda tratta di esseri umani in corso da anni.
Il papa romano Francesco ci spiega che è Dio che bussa alla porta. E si sa, a Dio il certificato sanitario non si chiede.

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Proust? Colpevole anche lui

di Mario Frascione

Lo spirito di Marcel Proust attende nervosamente la sentenza. Profondamente perplesso e ancora incredulo di essere accusato di razzismo e omofobia.

A inchiodarlo le tante pagine di “Sodoma e Gomorra” e il modo in cui parla degli omossessuali, definiti con indimenticabile e raffinata ironia addirittura una razza a sé, e indicati con l’appellativo di “invertiti”.
Ma il suo spirito di distaccata provocazione in stile anni Venti non può essere recepito dalle meningi calcificate dell’ideologia odierna.
Entrano giudice e giurati e pronunciano il verdetto: Marcel Proust, colpevole.
Tutte le copie esistenti della Recherche dovranno essere bruciate, imprigionato chiunque ne detenga segretamente anche solo delle parti o lasci intendere di apprezzarne l’universalità, di aver sperperato le proprie ore  lasciandosi condurre dal genio dell’introspezione.
Così, nel surreale crescendo a cui stiamo assistendo increduli, e proprio in nome del giusto principio della libertà delle scelte sessuali di ciascuno (nel rispetto dell’altrui libertà), a cadere saranno presto anche Marcel Proust e il suo straordinario monumento letterario.
La nuova Rivoluzione Culturale non lo perdonerà. Non basterà a scagionarlo il fatto che lui stesso sia stato profondamente attratto e innamorato di altri uomini.
È reo di avere scritto con dissacrante ironia di omosessualità, perché le uniche espressioni oggi consentite sono generate dall’ombelico del proprio presente fanatico e dalle nuove bandiere del politicamente corretto.
Scommetiamo? Vediamo quanto resiste l’effigie di Proust senza essere imbrattata o divelta?

Salviamo i Tedeschi dalla Grande Germania

Sembra strano affermare che possano aver bisogno del nostro aiuto, ma vale la pena tentare di salvare i Tedeschi dalla ricorrente tendenza a una Grande Germania che domina l’Europa. Due guerre mondiali, un genocidio e – oggi – la responsabilità di affondare con la propria politica di potenza l’Unione Europea. Davvero, i Tedeschi possono usare le proprie virtù molto meglio. Cerchiamo di spiegarglielo. (M.F.)

Cooperazione, Ong, Onlus. Fine dell’improvvisazione

di Mario Frascione

La vicenda di Silvia Romano va chiaramente al di là del dramma personale del lungo rapimento di una giovane ragazza andata in Africa armata di buone intenzioni.

Implica l’ennesimo pagamento di un oneroso riscatto, un contesto mediatico che offre un palcoscenico mondiale a efferate organizzazioni terroristiche, e anche un disastroso costo geopolitico di succubato italiano a una Turchia sempre più pre-potente.

Tale rapimento è l’ultimo di una serie non breve. Si impone ormai la necessità che l’attività di cooperazione, Ong e Onlus operanti in teatri sensibili sotto il profilo della sicurezza e dell’instabilità locali, sia sottoposta a precisi vincoli.

Ciò sia per le organizzazioni italiane, sia comunque per tutti i cittadini italiani che in tali organizzazioni, anche internazionali, intendono impegnarsi.

E’ indifferibile che le attività dei cittadini italiani nella cooperazione, nel supporto umanitario e nel terzo settore operanti in tali contesti siano vincolate a precise condizioni di sicurezza e quindi possano esercitarsi solo se sotto la tutela di forza armata e quindi del ministero della difesa.

Potrà non piacere alle anime belle, che vedranno in ciò una limitazione del proprio spirito di iniziativa e della propria libertà di azione, ma anni di dolorosi e onerosi fallimenti non consentono più di fare diversamente.

A fare del bene, se proprio non ci si vuole impegnare entro i confini del proprio Paese, si andrà solo con la protezione di buoni soldati.

Covid, ultima chiamata

di Mario Frascione

Ci sono connotazioni specificamente italiane, ma anche tratti comuni a molti Paesi europei nelle pecche della risposta all’emergenza Covid che si è abbattuta su noi tutti.

Una di queste pecche è la globalizzazione indiscriminata. Essa ha mostrato un respiro breve. Filiere tecnologiche e produttive che hanno rilevanza strategica devono essere riportare rigorosamente entro i confini domestici o quanto meno occidentali. Occorre quanto prima rimediare alla sciagura di un processo in atto da decenni: l’affievolirsi, fin quasi alla latitanza, del pensiero politico (in senso aristotelico). Il risultato è stata l’autoreferenza assoluta del fatto economico. In tal senso una delle precedenti drammatiche manifestazioni era il peso soverchiante della sfera finanziaria rispetto all’economia reale e produttiva, con una inversione suicida del rapporto tra le due (l’economia produttiva era diventata spesso ancillare rispetto a quella finanziaria).

Quanto alla geopolitca dei blocchi è urgente un riassetto senza tentennamenti. Non sono più possibili i trionfalistici e incauti entusiasmi per la BRI (Belt and Road Initiative), che avrebbe aperto la strada alla definitiva penetrazione della Cina e del Partito Comunista Cinese in Italia e in Europa. Il brusco risveglio indotto dalla pandemia ha prodotto, a carissimo prezzo, la consapevolezza di dover riformare e rifondare con rinnovata energia il  blocco atlantico. Esso è la sede culturale e storica dei regimi democratici, che al di là di limiti e contraddizioni interne sono incomparabilmente preferibili alle dittature totalitarie.

In ambito italiano la scarsa consistenza della politica si è manifestata anche con la moltiplicazione di task force per l’emergenza Covid. L’inflazione di team ed esperti evidenzia la rinuncia alla responsabilità di governare. L’esasperato lockdown, da misura indispensabile e breve, è divenuto invece una logica “difensiva”. Esso abdica al predominio del punto di vista scientifico-virologico, abbandonando la necessità di assumersi responsabilità attive e tempestive su azioni che sono mancate. Paradossalmente si è assistito a una sospensione prolungata dei benefici della vita democratica che ha sfigurato una situazione economica già molto precaria.

Emerge la necessità di un più pronto, sistematico ed estensivo utilizzo delle Forze Armate nella gestione dell’emergenza. Esse avrebbero potuto essere coinvolte da subito e in modo estensivo nella gestione dell’emergenza sanitaria con grande profitto a tutela delle fasce più deboli della popolazione, specialmente di quella anziana e dei luoghi ove risiede. Va aggiunta anche la ormai indifferibile necessità dell’istituto della riserva nazionale, a cui la cittadinanza deve essere costantemente chiamata anche in virtù dell’incertezza della futura emergenza economica e sociale. A scanso dei timori su presunte “militarizzazioni” della società civile, su questo tema si veda l’articolo su leva, riserva e democrazia. https://temindivenire.wordpress.com/2016/10/07/la-difesa-del-paese-leva-riserva-democrazia/

Nell’ambito del bilancio dello Stato e della spesa interna al Paese, il Covid mette definitivamente a nudo l’irresponsabilità della politica immigrazionista. Di fronte alla scarsità attuale e drammatica di risorse base per la tutela della vita dei cittadini è impensabile continuare nella politica fin qui adottata. Occorrerà attrezzarsi in maniera adeguata al fine di interrompere definitivamente il flusso migratorio incontrollato di cui il nostro Paese è oggetto, rimpatriando gli arrivi motivati da ragioni economiche.

Il prezzo da pagare sarà comunque elevatissimo, ma qualora su questi temi ci fossero esitazioni o tentennamenti possiamo essere certi di una lacerazione definitiva del tessuto economico, sociale e infine istituzionale del regime democratico di cui abbiamo beneficiato dal secondo dopoguerra a oggi. Non c’è dubbio: il Covid è l’ultima chiamata utile.

L’ideologia non è morta

di Mario Frascione

La sua fine era stata sbrigativamente annunciata mentre sullo schermo vedevamo scorrere le immagini del crollo del muro di Berlino. Sbagliavamo. L’ideologia è alquanto mutata ma è viva, e non c’è da rallegrarsene. Una nuova potente corrente di pensiero si aggira oggi per l’Occidente, estendendo il suo dominio su entrambe le sponde dell’Atlantico. Difficile darle un nome. Non è un progetto organico sull’uomo e sulla società, ma presenta tratti omogenei e correlati da reciproca coerenza interna. E’ quella del politicamente corretto, dell’umanitarismo immigrazionista, del multiculturalismo, dell’ambientalismo velleitario, e dell’equivoca e indefinita  estensione dei “diritti umani” a una gamma sempre più ampia di scelte e preferenze individuali.

La premessa

La nuova ideologia ha una gestazione piuttosto prolungata. All’inizio fu la corrente filosofica del “pensiero debole”, consapevole degli orrori creati da visioni “forti” del mondo e dell’ordinamento sociale del XX secolo. Tali sistemi produssero due guerre mondiali, le dittature sciagurate del nazifascismo e del comunismo (quest’ultimo ben oltre il conflitto), con i loro milioni di morti. I filosofi del pensiero debole ritennero che la rinuncia a una visione forte potesse essere antidoto al ripetersi degli orrori. Ma il pensiero debole era creazione degli ambienti accademici, basato sull’ermeneutica, e quindi su un grande patrimonio di conoscenza e una approfondita capacità di interpretazione e di analisi. Esso scivolò presto nella vulgata che si abbatté sul nostro mondo: furono i lunghi anni del relativismo culturale, ovvero dalla supposta equivalenza di culture, visioni sociali e politiche, nel segno di una “liquidità” e di una “apertura” che, da metafore auspicabili di dinamismo interno, erosero invece i fondamenti della consapevolezza di sé e del valore della tradizione occidentale nelle sue varie e poliedriche manifestazioni.

Quali sono gli elementi della nuova ideologia?

Cerchiamo di riassumerne alcuni senza la pretesa di un elenco esaustivo, e senza dimenticare che ciascuno di questi elementi ha un impatto immediato e cogente sulle nostre vite quotidiane.

Il politicamente corretto: una sorta di filtro che, in progressiva estensione e a tutti i livelli (dibattito pubblico, università, istituzioni nazionali e internazionali, ecc… ), introduce il divieto pervasivo ad esprimere idee e concetti diversi dalla propria visione main stream. Diventa assolutamente prioritaria la preoccupazione di non turbare/offendere altre sensibilità o raggruppamenti, anche a costo di tacere su argomenti sostanziali. Obiezioni e riserve sono immediatamente e gratuitamente bollate dai nuovi ideologi come espressione di tutti gli “ismi” (giustamente) inaccettabili o sgradevoli: razzismo, fascismo, maschilismo, ecc… E’ tutt’ora in corso il lavoro instancabile per trascinare all’interno del campo semantico dell’orrore il richiamo alla sovranità nazionale, che, a differenza di quelli citati, è invece il prezioso portato storico dell’eredità europea.

L’umanitarismo immigrazionista: è quello che pervade trasversalmente partiti, organizzazioni religiose (perlopiù cristiane), per il quale la migrazione è un diritto umano inalienabile, ampliando progressivamente il concetto di “diritto di asilo” (che da un punto di vista istituzionale nasceva giustamente a supportare i perseguitati dalle dittature prima, durante e dopo il secondo conflitto mondiale, nel  periodo della Guerra Fredda).

Il multiculturalismo: si basa sul presupposto (gravemente superficiale) che all’interno di una medesima società possano pacificamente convivere culture dalle provenienze più diverse, attraverso un processo di integrazione che esclude l’assimilazione. Ovvero che tali culture possano conservare intatti i tratti costitutivi che le contraddistinguono nel relazionarsi con i modelli e le strutture antropologiche e giuridiche della società ospitante. Tale miraggio è frutto di concezioni politiche che meriterebbero ampi approfondimenti. Per brevità possiamo riassumerlo come illusione circa la bontà intrinseca delle strutture occidentali per tutti gli uomini (a dispetto di quanto sospettano gli stessi multiculturalisti, un  loro conclamato e indifendibile etnocentrismo).

L’ambientalismo velleitario: è quello che, a fronte del reale problema dell’impatto quantitativo e qualitativo della presenza umana sul pianeta, sceglie la via contestatario-accusatoria dei poteri costituiti, a fronte di una modifica sostanzialmente nulla di stili di vita e aspirazioni individuali. Tale approccio ignora deliberatamente i vantaggi che il modello attuale di sviluppo ha apportato all’esistenza umana nel suo svolgersi. Non prende in considerazione il nesso tra sviluppo e possibilità di beneficiare di una Tac in 3D.

L’equivoco sui diritti umani: consiste nel traslare la concezione classica dei diritti umani (per come la corrente europea dell’Illuminismo ce la consegna), alla pretesa di garantire come inalienabili e incontestabili una serie di preferenze, comportamenti o scelte che caratterizzano individui o raggruppamenti sociali uniti dal denominatore comune di caratteristiche/preferenze sessuali, religiose, provenienza geografica.

L’oicofobia: ovvero il sentimento di rancore, astio e rifiuto per tutto quanto concerne il patrimonio storico delle proprie tradizioni e culture di provenienza. A esso sono complementari il senso di colpa verso popolazioni e culture diverse da quelle dell’Occidente, nonché il presupposto indimostrabile che le altre culture siano intrinsecamente equivalenti o migliori.

Le caratteristiche

La nuova ideologia nasce dalle ceneri del ’68. Vi confluiscono molto dell’utopia socialista, del pensiero di sinistra e delle attitudini radicali del pensiero progressista, che ha impregnato anche le chiese cristiane ormai secolarizzate (si veda l’attuale papato di Francesco I, ma le chiese riformate europee non fanno eccezione).

La nuova ideologia differisce da quella post sessattontesca per una trasversalità ancora più accentuata. Inoltre il lungo movimento di contestazione nato dal 1968 fu una brusca e spesso radicale messa in discussione dell’ordine precedente (che sarebbe stato opportuno riformare ove necessario, ma non demolire). L’attuale ideologia attecchisce principalmente nell’area “dem”, nella sinistra progressista e in quella più radicale dell’antagonismo. Carsicamente arriva anche a molti ambiti che a tali schieramenti sono estranei, anche politicamente non connotati ma genericamente rientranti nei movimenti per i diritti civili.

Come tutte le ideologie, gli individui che a essa si richiamano, non si limitano a disquisire in ambito teorico ma esercitano il proprio potere. Nei governi, nelle istituzioni nazionali e internazionali, nell’ambito educativo di ogni ordine e grado (il massimo della pressione di tale potere si raggiunge probabilmente nelle istituzioni universitarie), nell’informazione, sui social media e in tutta la catena di formazione della pubblica opinione. Accusando, marginalizzando, censurando, anche espellendo persone scomode, e quasi sempre sottraendo risorse preziose a un settore per trasferirle a un altro.

Che nome dare a tale nuova ideologia?

Forse “umanitarismo”, visto il ripetuto richiamo ai valori umani? Sembrerebbe adatto, visto che conserva integra la funesta assonanza con un passato in cui, alla rivendicazione di un futuro giusto e propizio di progresso per la giustizia e l’umanità, si associarono i sicuri disastri delle vecchie e tragiche utopie. Chiedete tutto a un’utopia ma non di realizzarla, se non a prezzo di catastrofi. Al pari dei piani quinquennali di Stalin, la marcia forzata che tale ideologia intende imporre verso la realizzazione della giustizia non fa i conti con la realtà. I diktat degli umanitaristi non intendono fare i conti con la sostenibilità materiale degli ideali che propugnano. In tal modo introducono scelte che portano allo smantellamento di quanto resta delle vecchie strutture sociali (sanità, istruzione, previdenza). Indeboliscono le sovranità nazionali in nome di burocrazie sovranazionali autoreferenti o supine a grandi concentrazioni di interessi che confliggono con l’interesse dei cittadini. Creano le condizioni per traumatici rivolgimenti che esse stesse annunciano velleitaristicamente di combattere, in particolare le capitolazioni autoritarie a cui gli aggregati umani soccombono davanti alle situazioni di sfacelo e distruzione.

Manca in Europa, fatta eccezione per il caso a sé stante inglese (le ragioni dell’uscita dalla UE sono più profonde di quanto si dica), la limpida e forte tradizione liberale del mondo anglosassone, che ha in orrore fascismo e comunismo, prudentemente conservatrice, capace di una critica vigilanza su se stessa, così scettica verso il Sol dell’Avvenire.

Dedicato con gratitudine a Sir Roger Vernon Scruton (+ 2020)

Corona virus: il risarcimento

Ferma restando la necessità di contrastare eventuale razzismo nei confronti delle comunità cinesi che vivono nei paesi occidentali, resta una questione. Attraverso decisioni Onu e Wto, quanto dovrà pagare lo Stato cinese per aver causato al mondo perdite umane e danni economici di tale entità da renderli paragonabili a danni di guerra? Perché la Cina ha occultato deliberatamente il problema finché ha potuto. Quanto dovrà pagare per risarcire tutti noi?
M. F.

Nato update. Ripensare la geopolitica mediterranea

di Mario Frascione
Le alleanze geopolitiche e militari non sono per sempre.
La Nato era nata come blocco occidentale contro i paesi del sistema sovietico. Da diversi anni lo scenario si è modificato e complicato.
Benché la Russia di Putin rinnovi le sue spinte espansive verso occidente, ciò non avviene più sotto il segno di una ideologia antagonista al capitalismo. Ciò ne attenua ma non ne cancella la potenziale aggressività espansionista sotto molteplici forme. Occorre però registrare l’apertura di un nuovo fronte: quello del Mediterraneo, che incerniera la nostra Europa occidentale con il continente africano a sud e lo scacchiere balcanico e mediorientale a est.
Il piccolo spazio del Mediterraneo sembra sempre più destinato a diventare il fulcro di una serie di tensioni, pressioni e confronti economico-militari, di cui il traffico di migranti lanciato (da est e da sud) via mare e via terra sull’Europa è stato solo l’ouverture.
Oltre a ciò da diversi anni uno storico partner dell’alleanza atlantica ha intrapreso una svolta di politica interna ed estera in netto contrasto con gli interessi e la natura dei propri alleati. Si tratta della Turchia, per cui si pone oggi una reale questione di incompatibilità che ne suggerisce l’allontanamento. Le ragioni sono molte e sarebbero materia di una riflessione autonoma: non sopite ambizioni dell’imperialismo ottomano, fallimento del kemalismo laico, politica interna antidemocratica e politica estera estremamente aggressiva con ambizioni sul Mediterraneo (dalla Grecia alla Libia), che non trascurano proiezioni militari e strategiche sul Medio Oriente (Siria).
A contraltare una fuoriuscita della Turchia dalla Nato, sarebbe la vocazione mediterranea di Israele.
La prospettiva potrà sorprendere qualcuno, ma potrebbe essere adeguata agli sviluppi che ci attendono, benché legata alla sua volontà effettiva di entrare nell’alleanza. Le ragioni a favore non sono poche, sebbene diventino più evidenti oggi che all’interno dell’Europa occidentale, con i massicci fenomeni migratori, si radicano e crescono considerevolmente realtà ad essa estranee e su cui molti sospendono cautamente il giudizio di compatibilità.
A evidenziare le affinità elettive di Gerusalemme con l’occidente (e l’Europa in particolare) sarebbe invece la considerazione che la diaspora ha comportato il radicamento nei paesi intorno al Mediterraneo delle comunità ebraiche, la cui identità è parte delle strutture fondative europee e occidentali.
Resta da vedere quale potrebbe essere la risposta a un invito rivolto a Israele a entrare a far parte della Nato, e se nel dibattito interno al Paese prevarrebbe invece l’idea di non distogliere energie dallo scacchiere territoriale più prossimo e strettamente mediorientale.
Quanto costerebbe a Gerusalemme implementare una marina in grado di supportare mezzi aerei di nuova concezione per operare nel Mediterraneo?
Potrebbero tuttavia esserci forme graduali di ingresso e collaborazione con l’alleanza atlantica, in grado di consentire di mettere meglio a fuoco per tutti gli attori problemi e opportunità.
Per inciso, tale partecipazione avverrebbe nel segno di una altrettanto nuova possibilità di collaborazione al processo di rinnovamento del progetto (parzialmente fallito) dell’Unione Europea.
E la consapevolezza di una profonda vocazione mediterranea ed europea aiuterebbe anche la comunità ebraica internazionale a superare il dibattito interno sul sionismo. Infatti, proprio a partire dalla piena legittimità di uno stato-nazione territoriale ed elettivo, potrà rafforzarsi la consapevolezza di essere parte fondativa della comunità europea.
Su tutto, anche l’incognita del ruolo che sapranno svolgere gli Stati Uniti nel processo di ridefinizione della Nato, al di là dell’alternanza di colori alla presidenza Usa. È auspicabile che, lungi dal considerare la questione mediterranea periferica, essi abbiano la consapevolezza che un Mediterraneo stabilizzato e solidamente impermeabile a spinte egemoniche esterne al blocco occidentale (e bonificato dalle possibili minacce interne) è anche nel loro forte interesse.

Traditori d’Europa. L’ora incerta

di Mario Frascione

La questione della fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è un preoccupante campanello d’allarme.
Una crepa vistosa che si apre nelle fondamenta dell’UE, oltre ogni ragionevole riserva sulla specificità mai del tutto risolta della presenza inglese nell’istituzione.
Un’uscita che pone con evidenza il tema del fallimento dell’Unione Europea. Essa rischia infatti oggi di sgretolarsi a causa di tutti coloro che, trasversalmente agli stati membri e alle diverse forze politiche, ne hanno tradito gli ideali genuini.
L’epiteto “traditore” è forte, ma davanti alla Storia ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, senza poter invocare la presunta buona fede di un semplice esecutore di ordini.
Lungi dal cadere nel becero e trito miraggio del complottismo, utile se mai a confondere e sviare lo sguardo dai veri responsabili, coloro che hanno tradito l’idea di Europa sono sostanzialmente una costellazione di individui e raggruppamenti di interessi che da una certa “conduzione” dell’idea europea hanno tratto e traggono vantaggio particolare a scapito del bene comune.
Sono le stesse persone che sostengono che l’attuale modo di pensare l’Europa e condurre la sua unione sia l’unico possibile, e che il dibatto si riduca a “Unione Europea sì, Unione Europea no”, sviando la vera questione: UE come?
Ma chi sono costoro?
Indichiamo qui soltanto a titolo di esempio coloro che hanno pervertito il nobile ideale dell’Unione Europea: essi sono i più attivi promotori della trazione franco-tedesca a scapito degli altri Paesi, le istituzioni economiche e finanziarie pubbliche e private che dalla inettitudine e poco virtuosa gestione degli stati del sud hanno tratto vantaggi indebiti e di natura speculativa e razziatoria, coloro che hanno spinto per un annacquamento dell’identità ebraico-cristiana del continente attraverso un esasperato laicismo culturale, un militante multiculturalismo e un insostenibile immigrazionismo, anche attraverso il sostegno di organizzazioni antagoniste alle sovranità nazionali.
Ma dell’elenco sono parte anche coloro che hanno esteso geograficamente l’Unione oltre ogni buon senso (stavano perfino per includere la Turchia!), coloro che hanno coltivato e carezzato l’idea di primeggiare sui partner anziché con essi fronteggiare i colossi dello scenario economico globale, e infine coloro che hanno inforcato la cavalcatura della battaglia ecologista per trarre indebiti e particolari vantaggi opprimendo la maggioranza degli stati con oneri sempre più gravosi in nome degli aut aut di un’adolescente abilmente manipolata.
L’elenco potrebbe continuare, ma si lascia a chi legge il compito di incrementarlo…
Il risultato è oggi con ogni evidenza la messa in discussione radicale della bontà del progetto di UE.
Oggi più che mai occorre ribadire che per scongiurare il rischio che il progetto europeo sia cestinato, occorre discutere fermamente e senza ipocriti giochi di prestigio su quale Europa vogliamo recuperandone l’identità, come coniugare le sovranità nazionali armonizzandole in una politica comune, ecc…
In tutto ciò, mentre la sinistra europea si è spesso fatalmente schierata con chi ha pervertito l’idea di una unità sovranazionale del nostro vecchio continente offrendoglisi come “spalla” politico-governativa, le destre non sembrano attrezzate per evitare la trappola della contrapposizione dialettica che dall’UE vorrebbe semplicemente l’uscita. E le comprensibili rivendicazioni dei sovranismi sembrano inguaribilmente viziate da accelerazioni centrifughe che oltrepassano le ragionevoli premesse da cui sono sorti.
Da dove verranno i lumi e le energie per pensare in modo nuovo all’Unione Europea che ci saremmo meritati dopo la tragedia di due Guerre Mondiali? L’ora è incerta.