Respingimenti ineseguiti. Ius soli arma di distrazione

di Mario Frascione

Ciclicamente si dibatte sull’eventualità di introdurre lo ius soli in Italia, benché esistano già percorsi graduali per gli immigrati che vogliano acquisire la cittadinanza italiana. Non brevi, anche tenendo conto di quanto sia complesso costruire una effettiva integrazione. Lo ius soli sarebbe invece un provvedimento avventato e destabilizzante, sia economicamente sia socialmente, in grado di calamitare gestanti da ogni parte del terzo mondo.

I suoi alfieri sono sostanzialmente coloro che ingenuamente si rifanno a una impostazione genericamente “umanitaria” e idealista, e coloro che con cinico calcolo politico puntano a nuovi serbatoi elettorali; quasi increduli per l’inatteso regalo della Storia, che procurerebbe un proletariato d’importazione pronto all’uso, su cui erigere un nuovo potere.

È comprensibile che, essendo l’introduzione dello ius soli un rischio reale, la discussione tenda a catalizzarsi su questo punto, distogliendo così l’attenzione di tutti (pubblica opinione, forze politiche, apparati dello Stato), dall’evidenza che richiede invece un intervento tempestivo: le decine di migliaia di rimpatri che, non eseguiti all’atto stesso dello sbarco sulle coste italiane, non possono più essere rinviati.

È noto che la maggioranza dei migranti, spinti dalla volontà di migliorare le proprie condizioni economiche, non ha titolo per beneficiare dell’accoglienza. La cruda realtà, per quanto possa sembrare agghiacciante, è tuttavia che i migranti muovono impressionanti interessi politici ed economici (a scapito dei cittadini italiani che ne subiscono oneri e problematiche). L’enorme indotto dell’accoglienza è un fiume di denaro e di potere. Chiese cristiane, settori della politica e dell’economia (in particolare il mondo della cooperazione e il cosiddetto “terzo settore”), anche quando non apertamente inquinati dalla malavita come accaduto in casi eclatanti, realizzano comunque sui migranti interessi considerevoli. A ciò va aggiunto lo sfruttamento da parte di organizzazioni criminali per tutto il ciclo della migrazione: viaggio, traghettamento, soggiorno in Italia con lavoro illegale o criminale.

A fronte di ciò, una nuda veritas che risulta indigesta a molti: soltanto rimpatriando la grande maggioranza dei non aventi diritto si potranno liberare le risorse necessarie per garantire una vera, doverosa e dignitosa integrazione alla minoranza di veri rifugiati. Almeno nella misura in cui sarà possibile, poiché la caratteristica delle risorse è di essere limitate; cosa che sembra dimenticare chi sbandiera i “corridoi umanitari” come rimedio a tutti i mali.

I rimpatri improcrastinabili vanno dunque immediatamente incominciati in modo massiccio presso i Paesi di origine e, qualora ciò non sia possibile, in apposite strutture sulle coste di partenza da cui si potrà meglio agevolare il rimpatrio. Queste dovranno essere gestite con determinazione e decoro dall’Onu (che non si è impegnata adeguatamente per impedire la degenerazione del problema), e da quelle stesse Ong che hanno effettuato per anni operazioni di prelevamento in mare, anche a poche miglia dalle coste africane.

Sul piano internazionale invece sarà forse improbabile riuscire a evitare il ricorso alla forza, anche se ciò può turbare le anime belle e i pacifisti a oltranza delle diverse estrazioni. Una politica condiscendente che continuasse ad affidarsi al denaro e alle forniture militari ai paesi del nord Africa porterà unicamente a una escalation di ricatti nei confronti dell’Italia e dell’Europa.

Soprassedere ulteriormente sugli ingenti respingimenti da effettuare, cedendo al sentimentalismo umanitario, consegnerà il nostro Paese al caos, e a un terribile conflitto con i settori più esposti della popolazione italiana. Le avvisaglie di ciò si stanno moltiplicando e, qualora trascurate, faranno divampare l’incendio del vero razzismo, innescando derive socio-politiche non controllabili e pericolose per la salute sempre cagionevole della nostra giovane democrazia.

Infine dovranno cessare l’indifferenza e le ambiguità dell’Europa, che deve essere chiamata in causa anche sulle operazioni di rimpatrio. Se l’Unione Europea non comprende (o trova comodo fingere di non capire), che l’Italia è la propria vulnerabile frontiera, darà un altro grosso contributo alla propria fine prematura.