Le minacce a una democrazia liberale

di Mario Frascione
Quali sono le più insidiose minacce a una democrazia liberale?
Conosciamo quelle consuete, considerate a ragione fattori di logoramento delle istituzioni democratiche. Tra esse la corruzione, l’intreccio perverso tra interessi economici e politica, la lontananza dei partiti e della politica dalla realtà vissuta quotidianamente dall’uomo comune, la commistione impropria per cui poteri che devono restare separati tendono a confondersi, ecc…
Tra le molte minacce a una democrazia liberale ci sono ovviamente anche i sussulti che giungono dall’articolato pilastro dell’economia (contrazione del benessere per un crescente numero di persone, crisi grave del ceto medio, disoccupazione). Ciò a fronte di una progressiva erosione del risparmio storico del Paese, vero zoccolo duro che ha costituito un eccezionale ammortizzatore sociale riparandoci fino a ieri dai drammatici contraccolpi che altri hanno subito e da cui stanno uscendo (Stati Uniti), o da cui hanno ricevuto un trauma permanente (Grecia).
Si tratta di minacce in quanto corrodono i fondamenti del sistema democratico, comportando una decadenza che finisce per generare in vasti settori della popolazione il dubbio che la democrazia liberale sia una forma di governo adeguata alle circostanze e desiderabile.
Nell’ultimo decennio tuttavia, e non soltanto in Italia, alle minacce “tradizionali” se ne sono aggiunte di nuove, creando un sovraccarico strutturale che rischia di condurre l’architettura del nostro sistema a un rovinoso schianto.
Quali sono le “nuove” minacce a una democrazia liberale?
Subito il nostro immaginario corre agli antagonisti, agli anarco-insurrezionalisti che colludono con il crimine o mettono a ferro e fuoco le città con poco credibili alibi ideologici. Oppure ai nostalgici di estrema destra, ai raduni ove tra i saluti romani sventolano i simboli della galassia neofascista e neonazista, alle teste rasate che marciano al passo dell’oca.
Certo costoro sono tutt’altro che alleati della democrazia liberale, ma i suoi nuovi e più temibili nemici sono più nascosti, numerosi e insidiosi. Molti probabilmente non hanno neanche la consapevolezza di essere tali, benché in comune con i nemici di vecchia data attuino una paradossale convergenza: portare a dimensioni patologiche i mali che in un sistema democratico dovrebbero restare confinati alla dimensione fisiologica (senza mettere in discussione la sopravvivenza del sistema stesso).
Tra i nuovi inconsapevoli nemici delle democrazie liberali ci sono tutti coloro le cui convinzioni, ancorché apparentemente nobili, elevate o idealistiche, hanno il difetto di non fare i conti con la realtà del Paese e delle risorse disponibili, delle condizioni in cui versano le istituzioni,  il vivere quotidiano della popolazione nella sua dimensione più basilare (lavoro, trasporti, istruzione, sicurezza, sanità, previdenza, ecc… ).
Elenchiamone solo alcuni, da una lunga lista che ciascuno sarà in grado di integrare.
Coloro che spingono in ogni modo per un’accoglienza indiscriminata e irresponsabile dei flussi migratori dai Paesi poveri, in nome di un umanitarismo astratto.
Tutti coloro che, all’interno della amministrazione della giustizia operano di fatto un depotenziamento delle pene e dell’istituto della detenzione.
Tutti coloro che con responsabilità a vario titolo nell’amministrazione del territorio e della cosa pubblica fingono di non vedere l’estendersi del degrado e il proliferare dell’illegalità e non agiscono per sanare le situazioni.
Le gerarchie ecclesiastiche cattoliche ed evangeliche (intendendo qui le chiese cristiane nella loro accezione di blocco sociale) che filtrano le Scritture attraverso ideologie ad esse estranee e ne impongono la visione alla politica, mediante la notevole pressione morale che sono in grado di esercitare.
Gli operatori del mondo dell’informazione,  che selezionano e censurano a diversi livelli i fatti, oppure ne danno una lettura distorta (celebre il “razzismo” invocato e inesistente per i lanciatori di uova ai danni della ragazza di colore, oppure il tentativo di occultare origine e nazionalità di chi commette i reati).
Segue, in questo ideale corteo di inconsapevoli nemici della democrazia liberale che vediamo sfilare quotidianamente sotto i nostri occhi, la nutrita schiera degli “anti”: ovvero coloro che traggono la propria ragion d’essere dal puro spirito di contrapposizione. Anti-fascisti e anti-razzisti che trovano la propria legittimazione unicamente nell’eleggere se stessi a custodi esclusivi della libertà democratica, salvo utilizzare a man bassa le (gravi) accuse in modo gratuito, pretestuoso e spesso perfino subdolo al fine di di delegittimare i propri avversari politici. Da notare, per inciso, che tra i risultati secondari di tale antifascismo e antirazzismo è la semina certa (per reazione) di ciò che si denuncia a sproposito.
A coronare il corteo, di cui non possiamo certo descrivere tutti i protagonisti, ci sono gli indignati e presunti illuminati che declamano contro “sovranismo” e “populismo”. Queste due categorie, pronunciate solitamente con un certo disprezzo e in tono offensivo, indicano quasi sempre da parte di chi le utilizza una profonda e preoccupante incapacità di comprendere il divenire della realtà storica italiana ed europea (quest’ultima ha del resto gli stessi subdoli nemici della democrazia liberale nei singoli Paesi).
Riassumendo, se davvero abbiamo a cuore la nostra malferma e incerta democrazia liberale (e la fragile unità europea), pur con i suoi difetti e imperfezioni, occorre non dimenticare che le più temibili minacce ad essa vengono da coloro che permettono una degenerazione del Paese tale da far percepire alla pubblica opinione l’attuale regime democratico e le sue istituzioni come inadeguati ad affrontare i problemi in essere.
Quanto affermato vale naturalmente per tutti gli ambiti, ma assume per l’Italia una rilevanza particolare sulla questione migratoria, possibile detonante della fragile Unione Europea,  e chiaro esempio dei limiti dell’approccio comunitario fino a oggi.
Infine, perfino nell’ambito editoriale non mancano illuminanti esempi del processo di rimozione e censura che tende a prevalere sull’attitudine all’analisi e al libero pensiero per come l’Europa avrebbe dovuto imparare a coltivare. La curiosa vicenda di due libri pubblicati all’estero è significativa. 

Due libri (di fatto) censurati?
Si tratta di due testi quasi del tutto ignorati nei salotti buoni della cultura, che potrebbero finire accomunati dalla medesima sorte: ignorati e trascurati deliberatamente dai benpensanti perché “scomodi”, divenire patrimonio di un pensiero politico radicale, e nella fattispecie di estrema destra.

Il primo libro è Il Campo dei Santi di Jean Raspail, testo geniale, visionario fino all’iperbole e allegorico (è bene ricordarlo), che illustra il crollo dell’Europa sotto la pressione migratoria dai Paesi poveri con il ruolo attivo e autodistruttivo che la politica e la cultura europee svolgono nel suicidio di un’accoglienza indiscriminata. Ha il pregio notevole di svelare i meccanismi del conformismo ideologico che, nominalmente fedele ai grandi valori della tradizione occidentale assunti in astratto e in uno scenario globalizzato, ne segna la fine. Quello che probabilmente lascia di sasso è la data della sua pubblicazione in Francia: 1973. Avete letto bene: millenovecentosettantatre. Ora secondo voi un testo del genere che avrebbe ben figurato nelle collane dei nostri editori più impegnati, ricettivi e attivi nel diffondere la cultura e il libero pensiero (Adelphi, Einaudi, Feltrinelli, Mondadori, Bompiani, ecc… ) sarà stato oggetto di una contesa rissosa tra i giganti dell’editoria nostrana per accaparrarsene l’edizione italiana? No. Il libro viene viene pubblicato da  noi solo nel 1998, nella collana “Il cavallo alato” delle Edizioni di AR (Padova). Un editore facente riferimento all’estrema destra e dichiaratamente ispirantesi al patrimonio ideale-politico antiumanistico e radicalmente antidemocratico.

Sorte in parte analoga spetterà probabilmente a un testo recente e completamente diverso, trattandosi di un brillante saggio sociologico: Migrazioni. La fine dell’Europa, di Rolf Peter Sieferle, edito in Germania nel 2017 e (stavolta) prontamente tradotto in Italia nello stesso anno. Anch’esso tuttavia, benché sia una analisi lucidissima e illuminata da rara capacità di sintesi del fenomeno migratorio che l’Europa subisce, non ha meritato gli altari dell’editoria più blasonata, ma è stato pubblicato da un’editore non noto al grande pubblico: Leg Edizioni di Gorizia. Passato sotto un tragico silenzio, e quindi di fatto abbandonato come già accaduto a Raspail, rischia anch’esso di essere monopolizzato e di andare ad arricchire il patrimonio analitico di chi vede nel sistema democratico un male, un fattore di decadenza morale, sociale e spirituale.

Dunque in questi tempi, in cui l’angoscia della propria inadeguatezza e inattualità politica spinge molti alla comprensibile tentazione di aumentare il rumore e il clamore lacerando le proprie vesti e gridando alla bestemmia quando sente parlare di realismo, sarebbe bene che coloro che urlano, manifestano, proclamano e si indignano, cominciassero a guardare con attenzione la realtà che li circonda. Forse scopriranno che quanto stanno facendo è il modo migliore per affossare questa giovane e claudicante democrazia. Una democrazia che, ancor prima che davanti a un saluto romano o alla molotov di un antagonista, si sbriciola per il degrado dei quartieri delle città invasi dagli accampamenti abusivi e dallo spaccio. Tutti coloro che lo ignorano dovrebbero rammentare che c’è chi attende che le contraddizioni del sistema attuale maturino ancora un po’, diventino ancora più dissonanti, per poi proporsi come efficiente gestore di un nuovo ordine. E’ già successo. I lunghi anni che ci separano dalla drammatica genesi novecentesca del nostro regime democratico, assieme alle condizioni (benedette) di pace e benessere di cui abbiamo potuto beneficiare fino a oggi, hanno indotto nel nostro tessuto civile una sorta di torpore, che non ci permette di riconoscere i rischi reali che corriamo. Per lo più ci si contenta di assistere alla messa in scena della rappresentazione delle vecchie categorie di difesa della democrazia.

A differenza di quanto accade da noi, c’è un Paese che ogni giorno vigila e lotta per garantirsi la possibilità di continuare a esistere, circondato da una carta geografica ostile. Non è un caso che gli Israeliani abbiano un rapporto ben più genuino e franco con l’uso della forza, la impieghino contro chi ha intenzione di nuocere e siano puntualmente accusati gratuitamente da molti europei di aggressività, soprusi, violenza.
Guarda caso dagli stessi che qui inconsapevolmente contribuiscono allo smantellamento della democrazia liberale. Tutto torna.

Respingimenti ineseguiti. Ius soli arma di distrazione

di Mario Frascione

Ciclicamente si dibatte sull’eventualità di introdurre lo ius soli in Italia, benché esistano già percorsi graduali per gli immigrati che vogliano acquisire la cittadinanza italiana. Non brevi, anche tenendo conto di quanto sia complesso costruire una effettiva integrazione. Lo ius soli sarebbe invece un provvedimento avventato e destabilizzante, sia economicamente sia socialmente, in grado di calamitare gestanti da ogni parte del terzo mondo.

I suoi alfieri sono sostanzialmente coloro che ingenuamente si rifanno a una impostazione genericamente “umanitaria” e idealista, e coloro che con cinico calcolo politico puntano a nuovi serbatoi elettorali; quasi increduli per l’inatteso regalo della Storia, che procurerebbe un proletariato d’importazione pronto all’uso, su cui erigere un nuovo potere.

È comprensibile che, essendo l’introduzione dello ius soli un rischio reale, la discussione tenda a catalizzarsi su questo punto, distogliendo così l’attenzione di tutti (pubblica opinione, forze politiche, apparati dello Stato), dall’evidenza che richiede invece un intervento tempestivo: le decine di migliaia di rimpatri che, non eseguiti all’atto stesso dello sbarco sulle coste italiane, non possono più essere rinviati.

È noto che la maggioranza dei migranti, spinti dalla volontà di migliorare le proprie condizioni economiche, non ha titolo per beneficiare dell’accoglienza. La cruda realtà, per quanto possa sembrare agghiacciante, è tuttavia che i migranti muovono impressionanti interessi politici ed economici (a scapito dei cittadini italiani che ne subiscono oneri e problematiche). L’enorme indotto dell’accoglienza è un fiume di denaro e di potere. Chiese cristiane, settori della politica e dell’economia (in particolare il mondo della cooperazione e il cosiddetto “terzo settore”), anche quando non apertamente inquinati dalla malavita come accaduto in casi eclatanti, realizzano comunque sui migranti interessi considerevoli. A ciò va aggiunto lo sfruttamento da parte di organizzazioni criminali per tutto il ciclo della migrazione: viaggio, traghettamento, soggiorno in Italia con lavoro illegale o criminale.

A fronte di ciò, una nuda veritas che risulta indigesta a molti: soltanto rimpatriando la grande maggioranza dei non aventi diritto si potranno liberare le risorse necessarie per garantire una vera, doverosa e dignitosa integrazione alla minoranza di veri rifugiati. Almeno nella misura in cui sarà possibile, poiché la caratteristica delle risorse è di essere limitate; cosa che sembra dimenticare chi sbandiera i “corridoi umanitari” come rimedio a tutti i mali.

I rimpatri improcrastinabili vanno dunque immediatamente incominciati in modo massiccio presso i Paesi di origine e, qualora ciò non sia possibile, in apposite strutture sulle coste di partenza da cui si potrà meglio agevolare il rimpatrio. Queste dovranno essere gestite con determinazione e decoro dall’Onu (che non si è impegnata adeguatamente per impedire la degenerazione del problema), e da quelle stesse Ong che hanno effettuato per anni operazioni di prelevamento in mare, anche a poche miglia dalle coste africane.

Sul piano internazionale invece sarà forse improbabile riuscire a evitare il ricorso alla forza, anche se ciò può turbare le anime belle e i pacifisti a oltranza delle diverse estrazioni. Una politica condiscendente che continuasse ad affidarsi al denaro e alle forniture militari ai paesi del nord Africa porterà unicamente a una escalation di ricatti nei confronti dell’Italia e dell’Europa.

Soprassedere ulteriormente sugli ingenti respingimenti da effettuare, cedendo al sentimentalismo umanitario, consegnerà il nostro Paese al caos, e a un terribile conflitto con i settori più esposti della popolazione italiana. Le avvisaglie di ciò si stanno moltiplicando e, qualora trascurate, faranno divampare l’incendio del vero razzismo, innescando derive socio-politiche non controllabili e pericolose per la salute sempre cagionevole della nostra giovane democrazia.

Infine dovranno cessare l’indifferenza e le ambiguità dell’Europa, che deve essere chiamata in causa anche sulle operazioni di rimpatrio. Se l’Unione Europea non comprende (o trova comodo fingere di non capire), che l’Italia è la propria vulnerabile frontiera, darà un altro grosso contributo alla propria fine prematura.

Solidarietà, migranti, equivoci e dintorni.

di Mario Frascione

Il principio della solidarietà attiene profondamente alla nostra umanità. Non soltanto: esso è profondamente utile da un punto di vista razionale per il perseguimento di un bene comune, a cui ciascuno di noi attinge anche come prestatore di solidarietà.

Da lungo tempo tuttavia del principio della solidarietà si fa un uso che ne ha deformato il contenuto. Essa viene invocata a ogni pie’ sospinto da coloro che si rifanno a nobili ideali di umanitarismo, senza tener conto del fatto che il suo raggio di azione può essere necessariamente limitato. Poiché la solidarietà non è estensibile indefinitamente. Occorre fare molta attenzione a non darle i tratti dell’utopia, visto che ogni qualvolta all’utopia si tenta di dare forma concreta si creano disastri. In quanto tale infatti, l’utopia chiede di poter continuare a essere un non-luogo di contraddizione con la realtà, e resiste a ogni tentativo contrario. Nel corso degli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una progressiva estensione delle categorie di popolazioni che dovrebbero essere fatte oggetto della nostra solidarietà. Essa spesso coincide con il riconoscimento di un diritto accordato a beneficiare della nostra ospitalità. Si è cominciato dai perseguitati politici e religiosi, passando a chi è in fuga dalle guerre, estendendo la volontà di ospitare perfino i migranti economici e quelli “climatici”.

Naturalmente non si discute del fatto che la maggior parte di noi provi un moto di istintiva vicinanza e compassione per tutte le situazioni di disagio e sofferenza. Sarebbe anzi censurabile il contrario: chiusi nell’egoismo di un benessere relativo rispetto a tante situazioni di bisogno, saremmo semplicemente inconsapevoli della buona sorte che il destino ci ha riservato. Illusi che la nostra condizione di vantaggio sia unicamente frutto di una nostra superiorità. Altra cosa è coltivare irresponsabilmente la pericolosa fantasia di poter alleviare o risolvere indefinitamente le sofferenze altrui, persino di interi Paesi o continenti. Date a un idealista il compito di individuare un nobile fine, ma assicuratene il tentativo di una (parziale) realizzazione a un pragmatico di ferro. Da cui discende che si può fare qualcosa, spesso poco, certamente infinitamente meno di quanto vorremmo.

Come ogni nostra azione infatti, la solidarietà ha un campo di applicazione preciso, che non può mettere in discussione la sicurezza e il benessere di coloro che la esercitano (sacro principio che vale persino nei rapporti tra individui). Analogamente agli schemi di ogni intervento di soccorso, la vita di coloro che lo prestano non può e non deve essere messa in discussione o sacrificata nel tentativo di soccorrere dei terzi. A meno di non trasformare i soccorritori in nuovi soggetti bisognosi a loro volta di soccorso, con un esito fallimentare e catastrofico. Il resto appartiene molto spesso – benché non sempre – a una retorica dell’eroismo che maschera altre carenze, bisogni, obiettivi.

L’italia si trova, per una sua precisa posizione geo-politica, ad essere una porta del blocco europeo. Una porta molto importante, che affaccia sul Sud (Africa) e in direzione del Medio Oriente. Chiunque di noi constata fortissime pressioni interne all’Italia affinché si continui di fatto a tenere aperta tale porta, a discapito di qualsiasi senso della misura, della prudenza e della convenienza. La chiave con cui tale porta viene tenuta aperta è proprio quella della solidarietà. Per questa ragione il nostro Paese è stato ed è oggetto di un flusso migratorio con ogni evidenza insostenibile, e tuttavia indirettamente incoraggiato in due modi: in malafede, o in nome di un umanitarismo ambiguo e solidaristico. Entrambi hanno tuttavia un tratto comune: privatizzare una qualche forma di utile e interesse individuale, socializzando le perdite e presentando il conto al Paese nel suo complesso.

La malafede è quella di coloro che dal fenomeno migratorio hanno tratto e traggono profitti economici, o di altra natura, penalmente illeciti. L’umanitarismo ambiguo è invece una categoria più articolata. Ne fanno parte i soggetti e raggruppamenti economici che in modo più o meno palese traggono un consistente beneficio (seppur lecito) dalla gestione dei migranti, appuntandosi sul petto la coccarda dell’eroismo umanitario. Non sono gli unici. Altri soggetti ricevono dal fenomeno migratorio una crescita notevole della propria visibilità presso l’opinione pubblica. E’ il caso delle Ong, che con un radicale cambiamento di strategia operativa, anziché limitarsi a continuare a operare nei paesi con situazioni di crisi (compresa l’Italia!), si sono impegnate in un ruolo mai avuto prima e poco coerente con la propria missione istituzionale, diventando anche operatori di soccorso marittimo. L’esito, benché involontario e al netto di qualsiasi risultato delle inchieste in corso, è quello di incrementare i flussi e rendere sempre più potenti gli interessi criminali (e non) che li gestiscono.

Apriamo in proposito una breve parentesi, suggerendo al legislatore che la consuetudine di posizionarsi al largo delle coste africane in attesa di effettuare recuperi, non può più ragionevolmente configurarsi nella forma giuridica del “salvataggio”, avendo per effetto indiretto un evidente incoraggiamento delle attività criminali dei trafficanti di uomini e rispondendo a una modalità che non prevede una pratica del mare ragionevole, ma che deliberatamente e volutamente crea le condizioni di un intervento di soccorso.

Discorso diverso si dovrebbe fare per la solidarietà invocata ed esercitata dalle chiese cristiane. Queste ultime, oltre a ribadire la propria affermazione istituzionale e visibilità, vivono una metamorfosi che le appiattisce sulla dimensione umanitaria. La causa è una pesante crisi involutiva al proprio interno, che vede una progressiva secolarizzazione con sbiadimento della dimensione del sacro. A ciò si accompagna una parallela emorragia di fedeli, che pare ormai irreversibile. In una parola, cercano la loro ragion d’essere nell’umanitarismo, aggrappandosi esse stesse alla ciambella salvagente che gettano ai migranti.

La disamina potrebbe essere naturalmente molto più lunga e toccare tutti gli aspetti che sono oggi oggetto dei temi sottesi ai flussi migratori subiti dal nostro Paese in connessione al maltrattato concetto di solidarietà. Si è qui unicamente tentato di dare conforto a chi, ogni volta che viene zittito come mostro in nome dei principi della solidarietà e dell’umanitarismo, dubita della ragionevolezza delle proprie riserve. Darsi dei limiti rigorosi non significa gettare a mare la solidarietà che ci rende umani. Facciamo senz’altro bene a portare la spesa al vicino di casa anziano, o a dedicare il tempo libero a un bambino in ospedale. Due esempi tra mille possibili di come condividere con il prossimo ciò che ci appartiene in tempo e sapere. Non bisogna essere pavidi invece nel chiedere che vengano infine posti dei limiti invalicabili alle ragioni dell’accoglienza da altre parti del mondo.

Tramontata definitivamente la funesta chimera di una società multietnica, partorita e lungamente alimentata da incauti apprendisti stregoni, occorrerà cominciare a pensare invece a quante delle persone che sono già in Italia possiamo realmente integrare. Per chi non rientra in questo calcolo realistico occorre provvedere a massicce operazioni di rimpatrio immediato, o quanto meno di re-invio ai lidi che hanno condotto ai confini italiani. Sono tutti coloro che non siamo in grado di aiutare e che non ci permettono di aiutare adeguatamente chi potremmo, chi probabilmente lo merita e può contribuire a rendere il nostro Paese migliore. La storia, il mondo e la vita reali, richiedono spesso l’assunzione di responsabilità anche drammatiche, a cui forse cinquant’anni di pace (peraltro benedetta e meravigliosa) ci hanno disabituato. Il resto appartiene al mondo delle favole. E a quello di furbi.

Anomali salvataggi, credito illimitato

Figure anche di primo piano del panorama politico e istituzionale italiano hanno manifestato un tempestivo e incondizionato appoggio alle ONG che operano salvataggi in mare, trasportando ingenti quantità di popolazioni non europee in Italia. Ciò avviene sempre più spesso in prossimità delle coste africane, e tra le ONG alcune sono sospettate di operare con modalità opache se non addirittura in contrasto con l’interesse e la sicurezza dei Paesi europei, tanto da essere oggetto di inchieste della magistratura. Il fatto che tali indagini possano venire depotenziate da una preventiva e illimitata dichiarazione di credito a favore di organizzazioni che operano al di fuori del controllo dei governi degli stati nazionali e dell’Unione Europea, lascia in uno stato di assoluta perplessità e sgomento. Suscita preoccupanti interrogativi privi di risposte. M.F.